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	<title>Guido Scorza</title>
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	<description>Conoscere, discutere, valutare l&#039;impatto delle decisioni e poi deliberare</description>
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		<title>Bambini online: troppa confusione e poca protezione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Guido]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 17:20:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In evidenza]]></category>
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		<category><![CDATA[Bambini online]]></category>
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					<description><![CDATA[Guido Scorza È uno spettacolo tragicomico, una commedia degli equivoci o, forse, meglio degli orrori quella che sta andando in scena sul palcoscenico nazionale a proposito della protezione dei bambini nella dimensione digitale. Mentre nei Tribunali americani le bigtech vengono, giustamente, portate a processo e condannate per aver immolato il benessere dei più piccoli sull’altare del profitto e mentre in tutto il mondo Governi e Parlamenti stanno accelerando nell’adozione di soluzioni diverse accumunate, tuttavia, dall’obiettivo di garantire ai più piccoli una vita sostenibile nella dimensione digitale, a casa nostra si tergiversa, si cercano alibi per non fare, si fa un passo in avanti e due indietro, si adottano soluzioni e approcci contraddittori. Ci si presenta confusi e smarriti a voler pensare bene, ipocriti e poco determinati a voler pensare male. Parlano i fatti, bastano quelli e basta metterli in fila. È il settembre del 2023, l’estate è stata segnata dagli orrori rimbalzati dal c.d. Parco Verde di Caivano, in provincia di Napoli dove due cuginette di dieci e dodici anni sono state ripetutamente violentate da coetanei e poco più che coetanei, alcuni dei quali hanno ripreso tutto con lo smartphone per poter rivivere e far rivivere quella violenza anche nella dimensione digitale. Quegli orrori hanno scosso l’intero Paese e toccato le corde più sensibili di milioni di persone. Troppo perché il Governo non intervenga. Accade a tempo di record. Come, purtroppo, da tradizione nella legislazione di casa nostra, figlia più spesso di tragedie che di riflessioni ponderate, specie quando si tratta di regole destinate a proteggere i più piccoli. Il 15 settembre viene varato un Decreto Legge: “Misure urgenti di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile, nonché per la sicurezza dei minori in ambito digitale”. In sede di conversione nel Decreto viene introdotto un obbligo di verifica dell’età degli utenti per tutti i gestori delle piattaforme di pubblicazione e condivisione di contenuti pornografici. La legge attribuisce a all’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni (AGCOM), sentito il Garante per la protezione dei dati personali, prima il dovere di dettare le regole per la verifica dell’età in modo da contemperare le esigenze di protezione dei minori con quelle di protezione della privacy e, poi, di vigilare sull’applicazione delle nuove regole. Detto, fatto. Quelle regole esistono, sono in vigore e AGCOM ha già adottato le prime sanzioni a carico di chi non le rispetta. Guai, naturalmente, a dire che il sistema funzioni. La galassia del porno online è sterminata, popolata da soggetti stabiliti in ogni angolo del globo, spesso in paradisi fiscali e legali nei quali è sostanzialmente impossibile far valere qualsivoglia regola. Insomma, il porno online è e resta li, a portata di tap di qualsiasi bambino che voglia accedervi e, purtroppo, gli sforzi dell’Autorità rischiano di evocare l’esercizio del famoso bambino di Sant’Agostino intento a cercare di svuotare il mare con il secchiello. Forse bisognava pensarci prima di varare le regole in questione anche perché, probabilmente, i siti porno online non rappresentavano e non rappresentano né l’unico, né il maggiore dei rischi per i bambini online ma, ormai, è andata così. E, però, ed è questo che ora conta di più il Governo, poco più di due anni fa ha scelto che per proteggere i più piccoli avesse senso tenerli fuori da certe piattaforme, in quel caso quelle pornografiche, e che, per farlo, la soluzione migliore fosse imporre ai gestori di verificare l’età degli utenti, nella sostanza, esattamente, quello che fanno i giostrai all’ingresso delle attrazioni nei parchi dei divertimenti. Una scelta discutibile, come tutte le scelte in termini di bilanciamento tra protezione dei più piccoli e protezione della privacy ma, comunque, una scelta, netta, radicale, coraggiosa. Ma non basta. Esattamente due anni dopo, infatti, nel varare la legge sull’intelligenza artificiale – la n. 132 del 25 settembre 2025 – Governo e Parlamento hanno scelto, di nuovo, di battere la stessa strada a proposito di qualsiasi servizio basato sull’intelligenza artificiale appunto. Il comma 4, dell’art. 4, infatti, dice testualmente: “L&#8217;accesso alle tecnologie di intelligenza artificiale da parte dei minori di anni quattordici nonché il conseguente trattamento dei dati personali richiedono il consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale, nel rispetto di quanto previsto dal regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016, e dal codice in materia di protezione dei dati personali, di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196. Il minore di anni diciotto, che abbia compiuto quattordici anni, può esprimere il proprio consenso per il trattamento dei dati personali connessi all&#8217;utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale, purché le informazioni e le comunicazioni di cui al comma 3 siano facilmente accessibili e comprensibili.”. L’intelligenza artificiale, naturalmente, è ormai dappertutto: social, servizi di generazione di contenuti digitali di ogni genere, videogame e chatbot companion che oggi spopolano anche tra i più piccoli ne sono pieni e non funzionerebbero senza. E la regola c’è: infraquattordicenni fuori, senza il permesso dei genitori, infradiciottenni ma ultraquattordicenni dentro a certe condizioni. Ancora una volta una scelta binaria basata sull’età e, quindi, evidentemente, un obbligo per i gestori di verificarla. E, però, in questo caso, la norma è caduta nel dimenticatoio un istante dopo esser stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale, letteralmente scomparsa dai dibattiti sull’argomento, rimasta completamente inapplicata, lettera morta, quasi ripudiata o disconosciuta un istante dopo il suo varo. Perché? Non era e non è, ancora una volta, né una regola scritta benissimo, né una regola facile da applicare e, però, è una legge in vigore varata da Governo e Parlamento in carica. E c’è di più: in Parlamento, infatti, sin dal maggio del 2024 giace un disegno di legge bipartisan, prime firmatarie Lavinia Mennuni (FdI) e Marianna Madia (PD), che, tra l’altro, prevede proprio il divieto di fornire ai minori infraquindicenni, in questo caso, in assenza di consenso dei genitori, taluni servizi della società dell’informazione, grandi piattaforme social in testa e, di conseguenza, l’obbligo per i fornitori di verificarne l’età. Il disegno di legge, per la verità, va oltre e aggiunge]]></description>
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<p>Guido Scorza</p>



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<p>È uno spettacolo tragicomico, una commedia degli equivoci o, forse, meglio degli orrori quella che sta andando in scena sul palcoscenico nazionale a proposito della protezione dei bambini nella dimensione digitale.</p>



<p>Mentre nei Tribunali americani le bigtech vengono, giustamente, portate a processo e condannate per aver immolato il benessere dei più piccoli sull’altare del profitto e mentre in tutto il mondo Governi e Parlamenti stanno accelerando nell’adozione di soluzioni diverse accumunate, tuttavia, dall’obiettivo di garantire ai più piccoli una vita sostenibile nella dimensione digitale, a casa nostra si tergiversa, si cercano alibi per non fare, si fa un passo in avanti e due indietro, si adottano soluzioni e approcci contraddittori.</p>



<p>Ci si presenta confusi e smarriti a voler pensare bene, ipocriti e poco determinati a voler pensare male.</p>



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<p>Parlano i fatti, bastano quelli e basta metterli in fila.</p>



<p>È il settembre del 2023, l’estate è stata segnata dagli orrori rimbalzati dal c.d. Parco Verde di Caivano, in provincia di Napoli dove due cuginette di dieci e dodici anni sono state ripetutamente violentate da coetanei e poco più che coetanei, alcuni dei quali hanno ripreso tutto con lo smartphone per poter rivivere e far rivivere quella violenza anche nella dimensione digitale.</p>



<p>Quegli orrori hanno scosso l’intero Paese e toccato le corde più sensibili di milioni di persone.</p>



<p>Troppo perché il Governo non intervenga.</p>



<p>Accade a tempo di record.</p>



<p>Come, purtroppo, da tradizione nella legislazione di casa nostra, figlia più spesso di tragedie che di riflessioni ponderate, specie quando si tratta di regole destinate a proteggere i più piccoli.</p>



<p>Il 15 settembre viene varato un Decreto Legge: “Misure urgenti di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile, nonché per la sicurezza dei minori in ambito digitale”.</p>



<p>In sede di conversione nel Decreto viene introdotto un obbligo di verifica dell’età degli utenti per tutti i gestori delle piattaforme di pubblicazione e condivisione di contenuti pornografici.</p>



<p>La legge attribuisce a all’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni (AGCOM), sentito il Garante per la protezione dei dati personali, prima il dovere di dettare le regole per la verifica dell’età in modo da contemperare le esigenze di protezione dei minori con quelle di protezione della privacy e, poi, di vigilare sull’applicazione delle nuove regole.</p>



<p>Detto, fatto.</p>



<p>Quelle regole esistono, sono in vigore e AGCOM ha già adottato le prime sanzioni a carico di chi non le rispetta.</p>



<p>Guai, naturalmente, a dire che il sistema funzioni.</p>



<p>La galassia del porno online è sterminata, popolata da soggetti stabiliti in ogni angolo del globo, spesso in paradisi fiscali e legali nei quali è sostanzialmente impossibile far valere qualsivoglia regola.</p>



<p>Insomma, il porno online è e resta li, a portata di <em>tap</em> di qualsiasi bambino che voglia accedervi e, purtroppo, gli sforzi dell’Autorità rischiano di evocare l’esercizio del famoso bambino di Sant’Agostino intento a cercare di svuotare il mare con il secchiello.</p>



<p>Forse bisognava pensarci prima di varare le regole in questione anche perché, probabilmente, i siti porno online non rappresentavano e non rappresentano né l’unico, né il maggiore dei rischi per i bambini online ma, ormai, è andata così.</p>



<p>E, però, ed è questo che ora conta di più il Governo, poco più di due anni fa ha scelto che per proteggere i più piccoli avesse senso tenerli fuori da certe piattaforme, in quel caso quelle pornografiche, e che, per farlo, la soluzione migliore fosse imporre ai gestori di verificare l’età degli utenti, nella sostanza, esattamente, quello che fanno i giostrai all’ingresso delle attrazioni nei parchi dei divertimenti.</p>



<p>Una scelta discutibile, come tutte le scelte in termini di bilanciamento tra protezione dei più piccoli e protezione della privacy ma, comunque, una scelta, netta, radicale, coraggiosa.</p>



<p>Ma non basta.</p>



<p>Esattamente due anni dopo, infatti, nel varare la legge sull’intelligenza artificiale – la n. 132 del 25 settembre 2025 – Governo e Parlamento hanno scelto, di nuovo, di battere la stessa strada a proposito di qualsiasi servizio basato sull’intelligenza artificiale appunto.</p>



<p>Il comma 4, dell’art. 4, infatti, dice testualmente: “<em>L&#8217;accesso alle tecnologie di intelligenza artificiale da parte dei minori di anni quattordici nonché il conseguente trattamento dei dati personali richiedono il consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale, nel rispetto di quanto previsto dal regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016, e dal codice in materia di protezione dei dati personali, di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196. Il minore di anni diciotto, che abbia compiuto quattordici anni, può esprimere il proprio consenso per il trattamento dei dati personali connessi all&#8217;utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale, purché le informazioni e le comunicazioni di cui al comma 3 siano facilmente accessibili e comprensibili</em>.”.</p>



<p>L’intelligenza artificiale, naturalmente, è ormai dappertutto: social, servizi di generazione di contenuti digitali di ogni genere, videogame e chatbot <em>companion</em> che oggi spopolano anche tra i più piccoli ne sono pieni e non funzionerebbero senza.</p>



<p>E la regola c’è: infraquattordicenni fuori, senza il permesso dei genitori, infradiciottenni ma ultraquattordicenni dentro a certe condizioni.</p>



<p>Ancora una volta una scelta binaria basata sull’età e, quindi, evidentemente, un obbligo per i gestori di verificarla.</p>



<p>E, però, in questo caso, la norma è caduta nel dimenticatoio un istante dopo esser stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale, letteralmente scomparsa dai dibattiti sull’argomento, rimasta completamente inapplicata, lettera morta, quasi ripudiata o disconosciuta un istante dopo il suo varo.</p>



<p>Perché?</p>



<p>Non era e non è, ancora una volta, né una regola scritta benissimo, né una regola facile da applicare e, però, è una legge in vigore varata da Governo e Parlamento in carica.</p>



<p>E c’è di più: in Parlamento, infatti, sin dal maggio del 2024 giace un disegno di legge bipartisan, prime firmatarie Lavinia Mennuni (FdI) e Marianna Madia (PD), che, tra l’altro, prevede proprio il divieto di fornire ai minori infraquindicenni, in questo caso, in assenza di consenso dei genitori, taluni servizi della società dell’informazione, grandi piattaforme social in testa e, di conseguenza, l’obbligo per i fornitori di verificarne l’età.</p>



<p>Il disegno di legge, per la verità, va oltre e aggiunge che i contratti tra i fornitori di tali servizi e i minori di quindici anni devono, semplicemente, considerarsi nulli.</p>



<p>Siamo qui.</p>



<p>Ora benissimo che in questo contesto, anche sull’onda di nuovi fatti di cronaca che, ancora una volta, nelle scorse settimane, hanno scosso l’opinione pubblica, il Governo si mostri sensibile alla questione della protezione dei bambini nella dimensione digitale ma a condizione che non si aggiunga confusione alla tanta che già c’è, non si moltiplichino regole destinate poi a esser dimenticate in fretta e, soprattutto, a restare inefficaci.</p>



<p>Estendere l’ambito di applicazione della Legge di conversione del Decreto Caivano, iniziare, finalmente, a applicare la nuova legge sull’intelligenza artificiale, eventualmente, chiarendone modalità e ambito di applicazione, riprendere anziché disperdere le centinaia di ore di lavoro, tra audizioni formali e informali già fatte sul disegno di legge Mennuni, Madia e tante altre e altri, sembrerebbero tra le cose più semplici e più utili da fare.</p>



<p>Ricominciare tutto da capo, lasciarsi raccontare dall’industria e da una serie di associazioni da quest’ultima coinvolte in termini lobbistici la favola degli strumenti di <em>parental control</em>, dell’educazione, della responsabilità innanzitutto genitoriale, sembrerebbe, invece, una strada che non porta da nessuna parte e che non garantirà, quanto servirebbe, ai più piccoli un’esperienza sostenibile nella dimensione digitale.</p>



<p>E non perché in astratto non siano buone idee ma perché, in concreto, non funzionano e non possono funzionare in un Paese con oltre la metà della popolazione affetta da analfabetismo digitale cronico.</p>



<p>Certo che dovremmo essere noi genitori a prendere per mano i nostri figli anche nella dimensione digitale ma il punto è che – almeno nella maggioranza dei casi &#8211; non siamo in grado di farlo e non siamo in grado di farlo perché da decenni si è pensato che si potesse trasformare digitalmente il Paese semplicemente accelerando la disponibilità di servizi digitali senza mai curarsi, quanto sarebbe stato necessario, dell’educazione digitale di adulti e bambini.</p>



<p>Sfortunatamente sono più di vent’anni che adulti analfabeti digitali, considerano i figli nativi digitali e, quindi, abdicano sistematicamente ai loro doveri genitoriali nella dimensione online.</p>



<p>Naturalmente è sbagliato.</p>



<p>È un approccio che va cambiato.</p>



<p>Ma non c’è regola al mondo che possa riuscire nell’impresa con un colpo di bacchetta magica.</p>



<p>Scommettere solo su questa strada significa lasciare esposti bambini di nove, dieci, undici e dodici anni, talvolta anche più piccoli, ai rischi – che ormai sappiamo o dovremmo sapere essere enormi e dover esser chiamate certezze statistiche più che rischi – di ritrovarsi a confrontarsi con una congerie di servizi digitali che, semplicemente, non sono adatti alla loro età, come non lo sono i motorini, le automobili, il fumo, l’alcol, il gioco d’azzardo o il porno.</p>



<p>È il momento della concretezza e effettività delle scelte.</p>



<p>Non si può continuare a abbandonare i più piccoli negli schermi dei loro dispositivi o, meglio, lasciare che genitori ineducati al digitale lo facciano senza rendersi conto dei pericoli.</p>



<p>Sarebbe sbagliato addossare responsabilità collettive e politiche figlie di decenni di malgoverno dei processi di trasformazione digitale e, soprattutto, scelte ciniche dell’industria che ha sistematicamente immolato il benessere dei bambini sull’altare di quello del valore delle proprie azioni, solo sulle spalle dei singoli, dei genitori, degli adulti e delle famiglie.</p>



<p>Certo questo è quello che chiedono le bigtech per non perdere il business dei bambini online – quasi un terzo della popolazione digitale totale- ma non è quello di cui hanno bisogno i nostri figli.</p>



<p></p>
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