Bene la Commissione UE a Meta. Ma ora basta bambini immolati sull’altare del profitto

Guido Scorza

È gravissima l’accusa che la Commissione europea ha appena indirizzato a Meta, la società che gestisce Facebook e Instagram: non aver fatto abbastanza per evitare che i bambini più piccoli di tredici anni utilizzassero servizi e piattaforme che lei stessa dichiara riservati a un pubblico più adulto.

E non solo: aver letteralmente sottovalutato il problema o, addirittura peggio, aver finto di sottovalutarlo nelle proprie analisi di impatto nonostante le dimensioni del fenomeno siano tali da non poter essere sottovalutate specie da chi, come Meta, evidentemente conosce il mercato dei socialnetwork e il suo pubblico meglio di chiunque altro avendolo letteralmente messo al mondo.

Bene il j’accuse della Commissione contro Meta, dunque.

Peccato arrivi tardi.

Peccato sia basato sull’ovvio perché che la semplice autodichiarazione di un bambino in relazione al fatto di avere qualche anno di più dell’età minima necessaria a usare un servizio digitale fosse troppo poco per tenere i più piccoli fuori da servizi e piattaforme non adatti alla loro età lo si sa tutti da tempo.

E, girarci attorno è da ipocriti, lo si è tollerato.

Anzi, di più, lo si continua a tollerare.

Perché, naturalmente, quello che la Commissione europea rimprovera, giustamente, a Meta è, esattamente, quello che fanno tutti – con pochissime eccezioni – i fornitori di servizi digitali e, tuttavia, dappertutto o quasi ci si continua a lasciar incantare dal canto di sirene che riscoperto come per incantamento il valore del diritto alla privacy, sostengono che sia tecnicamente impossibile impedire ai più piccoli di usare servizi non adatti alla loro età senza violare la privacy di miliardi di persone.

E, quindi, mentre la Commissione europea ora – anche in questo caso, ad essere onesti, con un certo ritardo rispetto all’emersione del problema e, anzi, dell’emergenza – spinge per l’utilizzo di una specifica applicazione considerata capace di garantire la verifica dell’età degli utenti e a prova di privacy, media, addetti ai lavori, accademici e Governi di molti Paesi, sostengono che si tratterebbe di una medicina peggiore del male che si intende curare perché, in nome della semplice ambizione di tenere i bambini fuori da luoghi digitali nei quali non dovrebbero entrare, presterebbe il fianco – e anche di più – a enormi potenziali violazioni della privacy di centinaia di milioni di persone solo nel Vecchio continente.

Chi ha ragione e chi ha torto?

Difficile a dirsi.

Ma forse perché è l’impostazione del problema a continuare a essere sbagliata.

Ci sono una decina di gitanti digitali che da anni accumulano ricchezze sconfinate anche esponendo sistematicamente a rischio la vita di centinaia di milioni di bambini in tutto il mondo quasi si trattasse di un effetto collaterale inevitabile.

E si tratta di giganti che hanno letteralmente cambiato, in una manciata di lustri, il modo di vivere dell’intera umanità, reso realtà sogni che si immaginavano irrealizzabili, trasformato la fantascienza in storia, consentito la cura di malattie giudicate incurabili, messo letteralmente a nudo il nostro cervello rendendo leggibili persino i pensieri inespressi e aperto la strada alle vacanze nello spazio.

Questi giganti ci hanno plasticamente dimostrato che il tecnologicamente impossibile non esiste più.

Oggi volere è potere più di sempre, specie se di dispone della capacità tecnologica, finanziaria, commerciale e mediatica dei giganti dei quali stiamo parlando.

In un contesto di questo genere, io penso che dovremmo, tutti insieme, all’unisono, facendo fronte comune e rinunciando a ogni divisione e contrapposizione, semplicemente rifiutarci di credere che il problema di bambini di otto, nove, dieci, undici o dodici anni che entrano in piattaforme e usano servizi a loro non adatti sia irrisolvibile.

Non sta ai Governi, non sta ai Parlamenti, non sta alle Autorità trovare la soluzione tecnologica per risolverlo.

Lo risolvano lorsignori giganti tecnologici che lo hanno creato e continuano a crearlo all’unico fine di fare sempre più soldi, rendano l’identificazione di una soluzione capace di risolvere il problema senza compromettere la privacy di miliardi di persone una priorità assoluta, rinuncino allo sviluppo anche di un solo bit di nuova tecnologia fino a quando non l’avranno trovata.

Ci dimostrino, insomma, per davvero, anche se con vent’anni di ritardo che almeno il benessere dei più piccoli vale di più del profitto e del potere di mercato e non solo che sin qui si sono preoccupati di accumulare.

E se davvero non ne sono capaci, allora rinuncino ai loro business che espongono a rischio i nostri bambini perché, come scriveva Fedor Dostoevskij “Nessun progresso, nessuna rivoluzione, nessuna guerra potrà mai valere anche una sola lacrima di un bambino”.

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