Guido Scorza
La sindaca di Genova, Silvia Salis decide, nel suo tempo libero, di passare una giornata al mare, lo fa con degli amici, tra i quali il suo Capo di Gabinetto.
Chi, un giornale scandalistico paparazza entrambi, sulla spiaggia di uno stabilimento balneare.
Libero, un quotidiano di attualità, decide di usare una delle foto del servizio di Chi a corredo di quella che ritiene essere una notizia, per la sua prima pagina dell’edizione cartacea e, nel farlo, sceglie un titolo a effetto, indiscutibilmente ambiguo, allusivo, ammiccante, poco rispettoso della sindaca: “La Salis bollente”.
Il pezzo sotto il titolo è decisamente meno bollente.
Racconta di gelosie e mal di pancia tra chi lavora al Comune di Genova per il rapporto privilegiato tra la Salis e il suo Capo di Gabinetto, peraltro, si scrive, inviso a taluno, nel partito della Salis, avendo ricoperto lo stesso ruolo, prima che con quest’ultima, con Marco Bucci, precedente sindaco di centro-destra.
Fatti noti, triti e ritriti, ai quali, per la verità, che i due passino una giornata insieme al mare, vadano d’accordo, siano amici, si intendano, non aggiunge e non toglie assolutamente nulla.
Il Capo di Gabinetto è scelto dal sindaco, deve essere competente e deve godere della sua fiducia.
Insomma, per la verità, quella di Libero non sembra neppure una notizia.
Ma, il punto, non è questo.
Il punto è che, anche a voler ammettere che una notizia ci fosse, certamente, per darla non serviva una foto dei due in costume in riva al mare, certamente non al centro della prima pagina, certamente non nel formato grande che si dedica, o dovrebbe dedicarsi, alle foto dei fatti di attualità che fanno la differenza.
E, certamente, la notizia non ha proprio niente a che vedere con il titolo: “Salis bollente”.
Comprensibile, quindi, la polemica immediatamente esplosa, le accuse di sessismo, quelle di voyeurismo gratuito.
È un peccato, però, che, la polemica sia immediatamente diventata politica, anzi politicizzata, una questione di sinistra contro destra e viceversa.
Perché la questione è un’altra, non è politica, non riguarda solo il sessismo ed è molto più grave.
È una questione di civiltà – anzi, di inciviltà – giuridica e non solo, di perdita della cultura del rispetto delle persone, di maleducazione mediatica, di cattivo e, anzi, pessimo giornalismo.
Se non la si affronta energicamente e con urgenza i rischi sono enormi, la vita delle persone rischia di diventare insostenibile e la democrazia è in pericolo.
Nessuna iperbole.
Il meccanismo è semplice e perverso.
Da anni i media hanno progressivamente normalizzato l’erosione del confine tra il pubblico e il privato, specie quando si tratta di personaggi pubblici e hanno fatto altrettanto con un certo tipo di linguaggio, di narrativa, di approccio, secondo i quali, ad esempio, sarebbe normale, apostrofare una donna, solo perché riveste una carica pubblica, come “Patata bollente”, come lo stesso Libero fece dieci anni fa con l’allora sindaca di Roma, Virginia Raggi, o, semplicemente, “bollente”, come ha appena fatto con Silvia Salis.
E noi – o, almeno, i più tra di noi – ci siamo assuefatti all’idea, anzi, peggio, ormai premiamo con la nostra attenzione i giornali, le trasmissioni televisive, le radio che lo fanno e con la popolarità e il riconoscimento di un’autorità morale che non hanno e non meritano, sedicenti giornalisti che con l’alibi del diritto di cronaca travolgono privacy, dignità, reputazione delle persone, specie se personaggi pubblici.
Se accade quello che accade, insomma, è anche colpa nostra.
Se un quotidiano nazionale si sente legittimato a violare la privacy di una donna in un momento di relax solo perché è sindaca di una delle tante città italiane, a sbatterla in costume in prima pagina, a suggerire non è chiaro quale relazione fuori posto con il suo capo di gabinetto e a darle della “bollente”, se non addirittura, della “patata bollente” è perché, evidentemente, almeno, i più tra di noi, sono attratti da quell’approccio, quel modo di fare informazione – se di informazione può parlarsi -, quel trattamento riservato a una persona.
E non è un fenomeno nuovo.
Accade da oltre un secolo.
“È giunto il momento in cui questi mascalzoni giornalisti devono fermarsi o andarsene, e ora sono pronto a fare la mia parte a tal fine. Sono assolutamente senz’anima. Se le persone perbene si rifiutassero di guardare quei giornali, l’intera faccenda si raddrizzerebbe immediatamente. Il giornalismo di New York City è stato trascinato nelle profondità più basse del degrado. Gli insulti e le diffamazioni più grossolane sono ovunque al posto di dichiarazioni oneste e discussioni corrette”.
Sono le parole di un altro sindaco, quello di New York, Wlliam Gaynor, parole che nel 1910 affidava a una lettera aperta fatta pubblicare su un quotidiano della città.
Gaynor ce l’aveva con quelli che all’epoca si chiamavano i giornali gialli, per il colore delle loro pagine, due più degli altri, i due più grandi e blasonati del tempo, il New York World di Joseph Pulitzer, all’epoca editore e il New York Journal di William Hearst che a caccia di lettori, vendite, investitori, visibilità e appoggi politici avevano trasformato il gossip in notizia, il sensazionalismo gratuito in informazione, lo strillo in giornalismo, travolgendo completamente ogni confine tra pubblico e privato, rendendo sistematicamente ogni aspetto della vita delle persone un fatto pubblico, immolando la dignità e la reputazione sull’altare del profitto, della fama e della notorietà, la loro, quella dei loro editori, quella dei giornalisti che vi scrivevano.
La foto della Salis e del suo Capo di Gabinetto avrebbe potuto essere pubblicata sulla prima pagina di uno di quei giornali, sotto lo stesso titolo, in assenza della stessa non-notizia.
In oltre un secolo non è cambiato nulla.
E non è una questione di leggi, di regole o di decisioni dei Giudici.
Quelle ci sono, come suggerisce, tra l’altro, proprio la Sentenza con la quale, nel 2024, Libero è stato condannato per diffamazione per aver dato, all’allora sindaca di Roma, della “patata bollente”.
Basta, ancora una volta, riavvolgere il nastro di oltre un secolo, quasi uno e mezzo, in questo caso, e rileggere le parole di Edwin Lawrence Godkin, nel suo “The Rights of the Citizen: To His Reputation”: “Ma non è facile dire in che modo un legislatore potrebbe proteggere la privacy, o impedire qualsiasi intrusione in essa, che non tenda chiaramente a portare una persona al disprezzo o al ridicolo, o in altre parole, che non equivalga a ciò che la legge definisce come diffamazione.
Le leggi sulla stampa, più di ogni altra, devono essere sostenute non solo dalle opinioni, ma anche dalle abitudini della comunità.
Uno degli effetti sulle buone maniere di una stampa sfrenata, e di una grande molteplicità di giornali, è senza dubbio quello di diminuire la sensibilità del pubblico al ridicolo parlato o stampato, all’abuso o alla svalutazione, e di conseguenza di diminuire la simpatia popolare nei confronti di chi ne è vittima. […] “In realtà, – prosegue – c’è un solo rimedio per le violazioni del diritto alla privacy alla portata del pubblico americano, ed è un rimedio imperfetto.
Si tratta di attribuire discredito sociale alle violazioni della privacy da parte della stampa.
Attualmente non si può dire che questo controllo esista.
È in gran parte annullato dal fatto che il reato è spesso redditizio.
All’inizio la società lo disapprova severamente, prima ancora che avesse cominciato a dare i suoi frutti, ma non appena l’autore del reato è in grado di dimostrare che gli procura un’entrata cospicua, viene rapidamente perdonato o ignorato, ed egli si colloca tra gli uomini d’affari di successo della comunità e vede riconosciuto il suo diritto a tutti gli onori che la ricchezza porta con sé; se non universalmente riconosciuto, riconosciuto in misura sufficiente a più che compensare qualsiasi disagio precedente.
Ciò equivale a dire che la responsabilità degli eccessi della stampa in questa direzione deve ricadere, in ultima istanza, sull’uso generale del denaro come segno di successo nella vita e sul suo possesso come giustificazione, in qualche misura, dei mezzi impiegati per acquisirlo.
Fino a quando il talento di procurarsi denaro sarà in vantaggio su tutti gli altri talenti in gara, nella corsa verso ogni tipo di distinzione, probabilmente non assisteremo a un grande cambiamento nell’atteggiamento della stampa su questo argomento.
Questa supremazia della ricompensa pecuniaria su tutte le altre ricompense, come incentivo allo sforzo, difficilmente può essere permanente, ma è uno dei fenomeni del giorno d’oggi, che non può essere trascurato in qualsiasi discussione sulle difese gettate dalla legge o dall’opinione intorno alla reputazione o alla privacy degli individui.”.
Difficile aggiungere qualcosa.
Con i distinguo del caso – magari aggiungendo, come anticipato, al successo economico quello della fama, notorietà, autorevolezza morale – non è cambiato nulla.
Cambiare le cose, educare i media, renderli più civili, difendere la dignità delle persone sta – o, almeno, starebbe – a noi, da lettori, telespettatori, utenti delle piattaforme social attraverso le quali certi contenuti rimbalzano, più che alle leggi.
Basterebbe punire anziché premiare gli autori di certe gesta di palese maleducazione mediatica, smettendo di leggere certi giornali, seguire certe trasmissioni televisive, interagire con taluni account social.
Basterebbe condannarli all’oblio e all’indifferenza anziché trattarli da eroi popolari, alfieri della libertà di informazione, moralizzatori pubblici.
Abbiamo, tutti insieme, un enorme potere dal quale, come è naturale che sia, derivano enormi responsabilità.
A noi esercitarle.