Startup Italia – Guido Scorza
Dipendenza da social, mamme e papà contro le big tech. Perché quello in California è tra i processi più attesi al mondo
Il fatto che i nostri figli siano considerati nativi digitali non li protegge dalle insidie del web. Così argomenta Guido Scorza, nella sua rubrica Privacy Weekly in attesa che il tribunale californiano si pronunci sulla causa intentata da un gruppo di genitori contro i più noti social network
Inizia oggi in California quello che dovrebbe essere uno dei processi più attesi e importanti della storia dell’umanità sebbene, con poche eccezioni, giornali, radio e televisioni di casa nostra sembrino distratti o, almeno, più presi da altro.
Il processo è quello con il quale un gruppo di genitori ha chiesto ai giudici di accertare ed, eventualmente, condannare i giganti dei socialnetwork, da Facebook a TikTok, passando per Snapchat, Discord e Google, per aver scientificamente progettato i propri servizi in modo da creare dipendenza specie negli utenti più piccoli e inchiodarli agli schermi il più a lungo possibile così da poter raccogliere più dati personali da usare per accrescere i propri utili con la pubblicità.
Tutto questo, secondo l’ipotesi dell’accusa, nell’assoluta consapevolezza che quella dipendenza era pericolosa per i più piccoli e li esponeva a rischi enormi.
Soldi, una montagna di soldi e potere: manipolare e guidare le scelte non solo di consumo di miliardi di persone – contro la salute, persino, dei più piccoli.
Un’accusa gravissima. E un’accusa che non sembra peregrina. Basta rileggere oggi le parole di Sean Parker, ex Presidente di Meta, sulle pagine di Axios, nel 2017, quasi dieci anni fa: «Solo Dio sa cosa sta succedendo al cervello dei nostri figli» esposti ai social network. E non solo: «Più giovani riesci a catturarli, meglio è». Sono sempre parole sue. Ma, naturalmente, guai a sostituirsi a giudici e, come in questo caso, a giurie. Per considerare i social network responsabili di quanto è accaduto ai nostri figli e di quanto continua loro a accadere bisogna attendere l’esito del giudizio.
Dipendenza da social, quanto è pericolosa?
La certezza della dipendenza che i socialnetwork creano, soprattutto sui più piccoli, e dei rischi enormi ai quali questa condizione li espone, invece, già c’è senza dover attendere la fine del processo. È partendo da qui che, credo, innanzitutto da genitore, sia arrivato davvero il momento di fare di più, di fare una cosa naturalissima e, al tempo stesso, difficilissima: i genitori anche nella dimensione digitale. Molti di noi, probabilmente, hanno rinunciato da tempo.
Ci siamo lasciati convincere che i nostri figli siano, davvero, “nativi digitali” e che, quindi, nella dimensione digitale, possano davvero fare a meno di noi. Così come quando arriviamo sul ciglio della strada e dobbiamo attraversarla ci viene naturale allungare la mano verso i nostri figli per attraversare in sicurezza, quando loro impugnano smartphone e tablet per attraversare le autostrade digitali quell’istinto non lo abbiamo. La nostra mano non gliela tendiamo e li lasciamo “attraversare” da soli le insidie del web.
Guai a voler insegnare a chicchessia a fare il mestiere più difficile del mondo ma se trovassimo o ritrovassimo quell’istinto potremmo fare ancora la differenza perché quelle autostrade digitali sono enormemente più trafficate da un’umanità eterogenea e più pericolose di quelle fisiche delle nostre città.
E perché quelle autostrade sono progettate più per fare il tempo e l’attenzione dei nostri figli prigionieri che per proteggerli dai rischi che questo stato di prigionia digitale determina. Online i nostri figli hanno bisogno di noi più che nella dimensione fisica mentre noi – o, la più parte di noi – li lasciamo letteralmente soli dentro quelli schermi autoconvincendoci che ci siano nati dentro e li conoscano come un pesce conosce gli abissi marini meglio di un umano.
Non è così.
Il processo in California
Il processo appena iniziato in California, in questo senso, dovrebbe essere, innanzitutto, un campanello d’allarme, ci sta dicendo che quei luoghi-non luoghi digitali – a prescindere da se e quanto grave sia la responsabilità di chi li ha costruiti e li gestisce – sono pericolosi per i più piccoli. E, allora, da genitore a genitori la domanda diventa: «Manderemmo da soli i nostri figli in un luogo pericoloso?». Credo di no. O glielo proibiremmo, o gli diremmo di andare di giorno e con certe cautele o li accompagneremmo o una miscela di queste cose.
Perché non facciamo lo stesso con i socialnetwork, con i chatbot companion, con le piattaforme di gioco che sono sempre meno simili ai videogame ai quali giocavamo noi da bambini e sempre più simili a socialnetwork nei quali utenti di tutte le età, bambini e adulti, condividono le stesse chat e le stesse esperienze semplicemente dichiarando di avere un’età diversa da quella che hanno?
Cari colleghi genitori, dalla California, oggi, sta suonando l’ultima sveglia, quella per i ritardatari, quella per chi non ha sentito le precedenti.
È davvero arrivato il momento di fare la nostra parte per garantire ai nostri figli di vivere nella dimensione digitale con la stessa serenità inevitabilmente relativa con la quale ci preoccupiamo, da sempre, vivano in quella fisica.
Tocca a noi, nessuno escluso. Non esistono nativi digitali, non esistono figli-fenomeno delle tecnologie, non esistono eccezioni: un bambino è un bambino nel mondo degli atomi e in quello dei bit e ha bisogno di un adulto vicino, ha bisogno che i genitori facciano i genitori e gli tendano la mano per aiutarlo ad attraversare le strade fisiche e quelle digitali.
