Perché la vicenda di Emma, l’AI nata in Italia non mi fa né ridere, né sorridere

Guido Scorza

Via social, Emma, l’AI nata in Italia, come la presenta Egomnia S.p.A., la società quotata alla borsa di Milano che le ha dato i natali sta generando infiniti post di ilarità, ironia e scherno.

E, in effetti, basta provarla, porle domande elementari, leggere le risposte e il perché di questa accoglienza risulta evidente.

Se le si chiede quanto fa dieci per dieci, ad esempio, risponde quattro e per farlo ci impiega mezzo minuto.

Mentre se le si chiede chi ha scritto le favole di Esopo, si prende un minuto e mezzo per rispondere, ma senza rispondere, che Esopo è stato un matematico greco.

Inutile perder tempo a interrogarla insomma.

Le capacità, almeno allo stato, sono queste o, forse, bisognerebbe dire che non ci sono.

Tuttavia, a differenza di tanti, confesso che i primi vagiti di Emma non riescono a farmi né ridere, né sorridere.

E non è solo questione di rispetto per chi, probabilmente, ha investito tempo, energie e risorse nel darle i natali.

La questione è un’altra ed è più seria.

La società che l’ha lanciata, infatti, nel farla debuttare in società, la presenta con un Manifesto, quello di EMMA, LLM italiana, un Manifesto, scrive sul sito della sua creatura, “per la sovranità tecnologica italiana”.

E si tratta di un Manifesto il cui contenuto è larghissimamente condivisibile.

Si apre così: “Noi crediamo che l’intelligenza artificiale non sia soltanto una tecnologia, ma un’infrastruttura critica per il futuro economico, culturale e democratico di una nazione. Per troppo tempo, i modelli linguistici che plasmano informazione, lavoro e conoscenza sono stati sviluppati altrove, secondo logiche, valori e priorità non sempre allineate con il contesto italiano ed europeo.”

Difficile non essere d’accordo.

Poi continua: “I nostri modelli nascono per cambiare questo paradigma. Non è solo il lancio di un nuovo modello, ma una presa di posizione chiara: rilanciare un ecosistema italiano dell’intelligenza artificiale, capace di essere autonomo, competitivo e coerente con le esigenze del nostro Paese.”.

Bello, utile, prezioso, viene da dire.

Tutto giusto.

E, però, tutto semplicemente incompatibile con il lancio di un servizio semplicemente immaturo, semplicemente lontano anni luce non da quelli dei competitor stranieri ma dal livello di un qualsiasi robot-giocattolo per bambini di diversi anni fa, semplicemente impresentabile al mercato, alla comunità scientifica, agli addetti ai lavori, agli utenti e ai consumatori.

Un giorno, dobbiamo augurarcelo tutti e dobbiamo augurarcelo per davvero, Emma crescerà e magari diventerà davvero ragione di orgoglio nazionale.

Ma quel giorno è, verosimilmente, lontano e chi le ha dato i natali non può non saperlo, non può ignorarlo, non può fingere che non sia così.

Non può – o, almeno, credo non avrebbe dovuto – decidere di presentare Emma al grande pubblico, nell’ambito di un Manifesto che parla di un principio importante e democraticamente prezioso come quello della sovranità tecnologica, come un esercizio di libertà e democrazia, come un asset dell’ecosistema tecnologico italiano.

Facendolo rischia di screditare questi principi, questi valori, questi obiettivi agli occhi di milioni di persone.

Ed è per questo che, lo confesso, a me questa vicenda non riesce a far ridere.

Perché se una società quotata in borsa come Egomnia da a pensare a milioni di italiani che Emma sia davvero espressione del livello raggiunto dall’intelligenza artificiale di casa nostra, che rivendicare la sovranità tecnologica nazionale significhi dover poi accettare l’idea di conversare con Emma anziché con ChatgGPT, GeminiAI o Claude, che ambire a democrazia e libertà nell’ecosistema digitale comporti necessariamente rinunciare alle portentose opportunità offerte dai servizi di intelligenza artificiale prodotti altrove in cambio di quelle modeste offerte da Emma, alla fine rischiamo di rimetterci tutti, nessuno escluso.

E rimetterci tanto.

Rimetterci in ambizioni democratiche, progetti tecnologici, aneliti di sovranità digitale nazionale.

E questo non possiamo davvero permettercelo.

Ecco perché non riderò di Emma, le augurerò, invece, di crescere tanto, crescere bene, crescere in fretta in un mondo che, purtroppo, corre veloce.

Ma, sino ad allora, forse dovrebbe tornare sui banchi, magari quelli del laboratorio dal quale è uscita o, restare al suo posto, online, ma non come un servizio capace di aiutare le persone a scrivere o a risolvere problemi ma come l’embrione di un servizio che chiede alle persone di aiutarla a imparare a scrivere e risolvere problemi.

Tutto questo, sempre, con grande rispetto verso chi ha scelto di investire in una scommessa politicamente e socialmente bella, preziosa e importante ma, in tutta sincerità, credo lo abbia poi fatto nel modo sbagliato o, almeno, in maniera affrettata.

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