Non dobbiamo rassegnarci alla violenza delle parole online

Guido Scorza

 

All’alba del 21 giugno, a Senago, nel milanese, una macchina con nove ragazzi a bordo, tutti minorenni tranne il conducente diciottenne, finisce in un canale.

In tre perdono la vita.

È l’ennesima strage del sabato sera, anche se era ormai domenica mattina.

Una tragedia, una delle tante purtroppo.

Ma è una tragedia che ora fa da palcoscenico a un’altra tragedia, della quale si parla di meno ma che non conta di meno.

Sta tutta nello sfogo via social della mamma di uno dei ragazzi morti nell’incidente.

“Sono Alessandra, la mamma di Lorenzo, per tutti Lollo, e ne sono fiera – scrive sui social – Diciassette anni di gioia, quasi diciotto. Sono stanca di tutti questi leoni da tastiera che si permettono di scrivere senza conoscere i genitori e i ragazzi. Che si permettono di scrivere che ci sta bene tutto quello che è successo. Che stavamo dormendo tranquillamente. Che ragazzi di 17 anni erano in giro alle 5 del mattino. Scrivo a tutti i leoni da tastiera e vi posso assicurare che sono gentile. Dopo che avete scritto tutte quelle parole vi sentite realizzati? In questo momento sono scesa al vostro livello e mi spiace veramente perché non è da me. E mi scuso. Se volete e ne avete il coraggio, venite pure a dirmi in faccia quello che scrivete. Vi chiedo cortesemente di finirla qui. Abbiate la compiacenza di avere un minimo di rispetto per tutto quello che è successo, che fino ad ora non avete avuto”.

La mamma di un adolescente che non c’è più costretta, a qualche ora dalla perdita del figlio, a chiedere rispetto, un minimo di rispetto, a una folla inferocita che anziché stringersi attorno a lei e alla sua famiglia, indirizzarle condoglianze e parole di vicinanza, supporto, pietà le scatena contro una sassaiola di parole violente, offensive, disumane, atroci, pronuncia, riunita nell’ormai immancabile e inarrestabile tribunale dei social, la propria sentenza di condanna e poi la esegue, a mezzo gogna mediatica.

Eccola la tragedia nella tragedia, quella dell’umanità perduta, quella che trasforma le persone in animali, bestie feroci, leoni da tastiera come li chiama la mamma di Lollo.

È una tragedia alla quale non possiamo e non dobbiamo rassegnarci proprio come non possiamo rassegnarci alle stragi del sabato sera o dell’alba della domenica.

Non possiamo non chiederci quali ne siano le cause, chi ne siano i responsabili, dove abbiamo fallito – perché di fallimento si tratta –, dove continuiamo a fallire, perché è evidente che, a distanza di lustri dalla deflagrazione del fenomeno, va sempre peggio, invece che sempre meglio.

È sicuramente colpa dell’educazione che non c’è, della cultura nella quale non si è investito quanto si sarebbe dovuto, delle leggi che ci sono ma non sono evidentemente applicate abbastanza nei confronti dei violenti dei social, di un equivoco che ci ha convinti che libertà di parola significhi anche libertà di offendere il prossimo persino mentre piange il figlio diciassettenne morto, della violenza verbale che rimbalza da decenni sui media mainstream.

Nessun dubbio.

E a ciascuna di queste concause del fenomeno dovremmo dichiarare guerra senza frontiera.

Ma non sono le sole.

Le interfacce e gli algoritmi dei social hanno la loro parte di responsabilità, quello che accade su quelle pagine e solo su quelle pagine, almeno in questa misura, non è frutto del caso, ma di scelte o errori di progettazione, una deriva voluta perché ogni interazione, anche violenta, produce denaro per i gestori delle piattaforme o, ma non è meno grave, una deriva involontaria che non si è fatto e continua a non farsi abbastanza per arrestare o, almeno, limitare.

E, allora, forse, è arrivato il momento di cominciare a pretendere di più dai lorsignori, gestori delle piattaforme in questione.

Perché una gogna mediatica contro la famiglia di un ragazzino vittima di una strage del sabato sera non ha niente a che vedere con la libertà di espressione – alla quale teniamo tutti, nessuno escluso – e, quindi, può e deve essere arginata sul nascere, facendo scendere in campo quegli stessi straordinari algoritmi portentosi usati per aumentare l’engagement, moltiplicare i commenti e le interazioni, creare dipendenza.

Magari non per rimuovere un contenuto o un commento, non senza un ordine di un’autorità almeno, ma per depotenziarne la diffusione e la forza trainante rispetto al commento successivo, normalmente, egualmente, violento in attesa dell’ordine di un’autorità se necessario.

Proprio come non ci siamo rassegnati alle stragi del sabato sera, qualcosa abbiamo fatto e qualche timido risultato lo abbiamo ottenuto anche se, evidentemente, non ancora abbastanza, altrettanto dobbiamo fare per queste stragi e tragedie dell’umanità perduta e, probabilmente, si potrebbe cominciare proprio a esigere qualcosa di più e di diverso dai gestori delle strade e autostrade social.

Non rassegniamoci, non gettiamo la spugna, non accettiamo passivamente l’idea che sia normale che una mamma, invece che piangere il figlio morto, debba impugnare lo smartphone e chiedere un po’di rispetto via social a una folla che la colpisce senza pietà, senza umanità.

Non è normale e non deve essere per forza così.

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