Guido Scorza
Se un violento, una domenica allo Stadio, accoltella nostro figlio, istintivamente, tutti vorremmo che la polizia disponesse dei poteri e dei sistemi, inclusi quelli tecnologici e basati sull’intelligenza artificiale, per identificare e assicurare alla giustizia il responsabile con buona pace per i diritti e le libertà delle decine di migliaia di spettatori della partita.
È umano e naturale.
Ma se, in quella stessa domenica anziché il genitore del ragazzo accoltellato fossimo uno spettatore qualsiasi seduto sulla curva opposta a quella nella quale è avvenuta la violenza e grazie proprio a quei poteri e a quei mezzi, la polizia ritenesse di identificarci, erroneamente, come il colpevole, verosimilmente, ci ribelleremmo e grideremmo ai diritti e alle libertà violati e a sistemi tecnologicamente non abbastanza maturi e, comunque, troppo invasivi della nostra privacy da poter esser usati addirittura per sospettare qualcuno di essere responsabile di un delitto tanto atroce.
È umano e naturale anche questo.
Sono, semplicemente, punti di vista diversi, opposti e contrapposti.
E il dibattito che si è scatenato a valle dell’accelerazione impressa dal Governo all’iter delle nuove regole per consentire alle forze dell’ordine il potere di usare l’intelligenza artificiale per contrastare il crimine e tutela più efficacemente sicurezza e ordine pubblico, in fondo, sta tutto nella tensione tra questi due punti di vista, punti di vista che appartengono, entrambi, a ciascuno di noi e sono inesorabilmente influenzati dal momento, dal contesto, dalla situazione nella quale ci troviamo.
Poi, naturalmente, c’è, certamente, l’eccezione: qualcuno che anche davanti a un figlio accoltellato in uno stadio è disponibile a accettare l’idea che le forze dell’ordine non si spingano oltre certi limiti nella ricerca del colpevole per rispettare diritti, libertà e dignità altrui e qualcuno che pur essendo erroneamente identificato dalle forze dell’ordine come sedicente responsabile dell’accoltellamento per colpa di un algoritmo di intelligenza artificiale è pronto a considerarlo, semplicemente, il prezzo da pagare per vivere in un Paese più sicuro e nel quale i criminali hanno meno chance di farla franca anche a costo che lui stesso, da innocente, sia confuso per colpevole.
Ma si tratta, verosimilmente, di eccezioni.
È, peraltro, ovvio che in un Paese come il nostro con un livello di alfabetizzazione digitale tra i più bassi in Europa e, quindi, con la più parte della popolazione incapace di comprendere effettivamente il funzionamento dei sistemi di riconoscimento facciale dei quali si discute, il rischio di falsi positivi inevitabilmente sotteso all’uso di questi sistemi e il valore dei dati biometrici se si facesse un ideale referendum i più, probabilmente, voterebbero per l’adozione immediata della tecnologia in questione da parte delle forze dell’ordine al grido “male non fare, paura non avere”.
Come dire che chi non pensa di accoltellare qualcuno in uno stadio non dovrebbe aver nulla da temere nel lasciarsi identificare anche biometricamente ai tornelli di ingresso e a sapere che la polizia potrà usare l’impronta biometrica associata al suo volto per andare a caccia dei responsabili di violenze e delitti.
E non è solo un fatto di analfabetismo digitale.
È anche un fatto di analfabetismo dei diritti, a cominciare da quelli fondamentali: le persone capiscono o, almeno, percepiscono istintivamente, epidermicamente il valore della sicurezza, che significa veder abbattuto il rischio che il figlio venga accoltellato mentre è allo stadio a godersi una partita o quello che la figlia sia violentata mentre torna a casa la notte dopo una serata con gli amici.
Ma, sfortunatamente, non sono in grado di capire altrettanto facilmente il valore dei diritti, a cominciare da quello alla privacy e all’identità personale, che, se non si fa attenzione e non si procede con prudenza, rischiano di essere immolati sull’altare di questa ambizione securitaria.
Ancora una volta, quindi, se si propone alle persone di scegliere, di esprimersi, di schierarsi da una parte o dall’altra, da quella dell’attribuzione alla polizia di super poteri anche basati sull’utilizzo di soluzioni di riconoscimento facciale intelligente per garantire maggior sicurezza o da quella opposta del ricorso più cauto a questi poteri per garantire più rispetto dei diritti fondamentali, della loro privacy, della loro dignità, la risposta è scontata: il primo punto di vista prevale sul secondo.
Tutti o quasi pronti a considerare auspicabile che tutto ciò che risulti tecnologicamente possibile per contrastare il crimine e accrescere l’ambizione di sicurezza, debba considerarsi anche giuridicamente legittimo e democraticamente sostenibile.
E si ritorna al machiavellico fine che giustifica i mezzi, quelli tecnologici inclusi, quelli tecnologici prima di tutti.
Nessuna sorpresa.
Ma è proprio per questo che la questione che abbiamo davanti rappresenta per Governo e Parlamento una prova di maturità democratica difficile, impegnativa, tutta in salita.
L’esecutivo può imboccare – e in tutta sincerità, sin qui, sembra quello che sta facendo – la strada più facile, quella di cavalcare l’analfabetismo digitale e dei diritti fondamentali delle persone e la loro ambizione a vivere in un Paese più sicuro e premere sull’acceleratore per approvare, il più rapidamente possibile, le nuove regole sul riconoscimento facciale intelligente così come sono, ispirate, appunto, al principio del fine che giustifica i mezzi, anche quando sproporzionati rispetto ai diritti sacrificati come, verosimilmente, la Commissione europea, la Corte di giustizia dell’unione europea o quella dei diritti dell’uomo, prima o poi metteranno nero su bianco.
O, al contrario, può dare al Paese una prova di maturità democratica importante: tirare il freno, anche non fino in fondo, scalare una marcia nella corsa, rallentare, raccontare alla gente in modo semplice, accessibile, obiettivo, quali sono i pro e i contro delle soluzioni sul tavolo, quali i benefici effettivamente attesi in termini di sicurezza e quali i sacrifici in termini di diritti fondamentali, aprire un grande dibattito pubblico, raccogliere, magari con una consultazione, punti di vista e opinioni, tecniche e giuridiche diversi e, poi, mediare, bilanciare, cercare un compromesso.
Perché non si tratta di usare o non usare l’intelligenza artificiale per contrastare il crimine o rendere più sicuro il nostro Paese ma di farlo garantendo, al tempo stesso, il maggior possibile rispetto dei diritti e della dignità delle persone e soprattutto garantendo a queste ultime il diritto a non dover scegliere tra diritti, tra sicurezza e privacy perché questo non è giusto e non è democraticamente sostenibile.
Esecutivo e maggioranza parlamentare saranno democraticamente all’altezza di una prova tanto difficile?
Dobbiamo augurarcelo tutti, a prescindere da colori politici e partigianerie perché se non sarà così, inevitabilmente, ci rimetteremo tutti e ci ritroveremo a vivere in una società che non è detto sarà più sicura grazie all’intelligenza artificiale ma, certamente, sarà più povera in termini di diritti, libertà, dignità e rispetto delle persone.