Startup Italia – Guido Scorza
Le intelligenza artificiali possono divorare la creatività. Così il Regno Unito corre ai ripari
L’88% dei partecipanti alla consultazione in UK respinge l’idea di una intelligenza artificiale libera di addestrarsi sulle opere altrui: un verdetto che mette il Governo davanti a una scelta difficile tra tutela dei creativi e ambizioni tecnologiche. L’analisi di Guido Scorza nella sua rubrica Privacy Weekly
«Tra coloro che hanno risposto tramite il servizio di sondaggio online del governo, Citizen Space, l’88% ha espresso sostegno all’opzione 1: richiedere licenze in tutti i casi. Le restanti opzioni presentate nella consultazione, in ordine di preferenza, sono state: nessuna modifica alla legge sul diritto d’autore (opzione 0, sostenuta dal 7% degli intervistati); introduzione di un’eccezione al diritto d’autore per tutte le finalità di text e data mining con riserva di opt out da parte dei titolari (opzione 3, l’opzione preferita nella consultazione, sostenuta dal 3% degli intervistati); e introduzione di un’eccezione al diritto d’autore per tutte le finalità di text e data mining senza opt out (opzione 2, sostenuta dallo 0,5% degli intervistati). L’1,5% degli intervistati non ha indicato un’opzione preferita. Sebbene non tutte le risposte via email indicassero esplicitamente una preferenza, queste stesse opinioni si riflettevano generalmente in tali risposte». Recita così il comunicato con il quale il Governo inglese, nelle scorse settimane, ha riassunto i risultati della consultazione pubblica lanciata per valutare come disciplinare l’utilizzo da parte delle aziende di Intelligenza artificiale delle opere protette da diritto d’autore per l’addestramento degli algoritmi.
I risultati della consultazione
Su oltre 11mila partecipanti alla consultazione, quasi il 90% si è schierato senza riserve dalla parte dei titolari dei diritti dicendo no all’idea -sostenuta dal Governo – secondo la quale le fabbriche di algoritmi avrebbero potuto sfruttare le altrui opere coperte da diritto d’autore salvo opt-out da parte dei titolari.
Un risultato, da una parte, forse, scontato perché, naturalmente, i titolari dei diritti d’autore sono più numerosi degli “amici degli algoritmi” ma, comunque, un risultato che ora consegna al Governo di Sua Maestà una bella gatta da pelare.
Difficile disattendere completamente il risultato della consultazione.
Ma, al tempo stesso, difficile raccontare all’industria dell’Intelligenza artificiale che per sfruttare opere dell’ingegno nel Regno Unito, uno dei mercato della proprietà intellettuale più importante del mondo, potrebbe servire una specifica licenza da parte di ciascuno dei titolari dei diritti.
Ed è per questo che il Governo, nello stesso comunicato, continua a manifestare cautela: «Le leggi sul diritto d’autore devono proteggere le opere creative, garantendo al contempo che il Regno Unito possa trarre vantaggio dalla trasformazione dell’intelligenza artificiale e mantenere il suo posto tra i principali innovatori ed economie al mondo. Stiamo continuando a valutare tutte le opzioni e forniremo un riepilogo dettagliato delle risposte alla consultazione su ciascuna opzione e sulle specifiche aree tecniche come parte del nostro rapporto».
Facile a dirsi ma difficile a farsi.
Che cosa prevede l’AI Act?
E, d’altra parte, è la ragione per la quale nell’AI Act europeo ci si è ben guardati dal dettare nuove regole sulla materia.
Il problema, tuttavia, rimane ed è planetario.
Negli stessi Stati Uniti d’America si moltiplicano, infatti, le cause con le quali i titolari dei diritti d’autore su ogni genere di opera dell’ingegno contestano la circostanza che gli algoritmi dei giganti dell’industria dell’intelligenza artificiale le abbiano fagocitate, peraltro, paradossalmente, per porsi nella condizione di offrire servizi capaci, in molti casi, di far concorrenza proprio alle loro prestazioni creative.
E, in effetti, senza alcuna pretesa di affrontare qui una questione epocale come questa la cannibalizzazione dell’industria creativa da parte di quella tecnologica sembra difficilmente giustificabile nella dimensione giuridica, in quella economica e in quella etica.
Si fa davvero fatica a capire perché un’industria dovrebbe poter accedere gratuitamente e senza bisogno, neppure, di chiedere permesso, agli asset di un’altra industria, farli propri e, come se non bastasse, andare poi a far concorrenza all’industria dalla quale gli asset in questione provengono.
L’alibi diffuso secondo il quale la ragione risiederebbe nello scongiurare il rischio che il diritto d’autore rappresenti un freno all’innovazione, francamente, a me sembra non tenere per due buoni motivi.
Il primo è che io non credo che ogni forma di avanzamento tecnologico meriti di essere definita innovazione.
Si ha innovazione, lo diceva Hanry Ford, solo quando i vantaggi sono per tutti.
Niente di più lontano rispetto a quello che sta accadendo nel caso dell’industria dell’Intelligenza artificiale con pochissimi che rafforzano ogni giorno le proprie posizioni oligopolistiche ormai diventate incontendibili o quasi sui mercati sfruttando i dati e il patrimonio creativo dell’intera umanità.
Il secondo è che, in effetti, percorrere strade diverse, chiedendo permesso e pagando un prezzo ai titolari dei diritti prima di fagocitare le loro opere non sarebbe stato – e non sarebbe -impossibile ma, semplicemente, avrebbe richiesto – e richiederebbe – più tempo, più organizzazione, maggiori investimenti.
Ma niente di impossibile specie per l’industria che ha abbattuto, da tempo, il limite del tecnologicamente impossibile.
In fondo il sistema della gestione collettiva dei diritti d’autore esiste e funziona da quasi due secoli in tutto il mondo.
In questo contesto, quello che sta accadendo nel Regno Unito fa ben sperare perché suggerisce che le persone non si sono rassegnate a che le cose vadano necessariamente come i più grandi vorrebbero che vadano e sono pronte a combattere per un futuro sostenibile e per tecnologie innovative per davvero.
