MILANO FINANZA | Trump ordina all’intelligenza artificiale di pensarla come lui

Intervento di Guido Scorza, componente del Garante per la protezione dei dati personali
(Milano Finanza, 26/07/2025)

Secondo il presidente Usa bisogna evitare il politicamente corretto nell’Intelligenza Artificiale che può condizionare l’opinione pubblica e avere ricadute geopolitiche

«L’intelligenza artificiale svolgerà un ruolo cruciale nel modo in cui gli americani di tutte le età acquisiranno nuove competenze, utilizzeranno informazioni e affronteranno la loro vita quotidiana. Gli americani richiederanno risultati affidabili dall’AI, ma quando pregiudizi ideologici o interessi sociali vengono integrati nei modelli di AI possono distorcere la qualità e l’accuratezza dei risultati».

Trump, evitare il politicamente corretto nell’AI

Inizia così l’ordine esecutivo firmato lo scorso 23 luglio da Donald Trump sull’intelligenza artificiale generativa. Facile, comprensibile e condivisibile, almeno sin qui. Non così per il resto del provvedimento. A cominciare dal titolo con il quale è stato pubblicato sul sito della Casa Bianca: «Evitare l’AI Woke nel governo federale». Per capirlo, almeno da questa parte dell’oceano, è utile ricordare il significato dell’espressione «Woke» utilizzata in un contesto del genere perché altrimenti si corre il rischio di non afferrare il senso di quello che sta accadendo o, almeno, di quello che la seconda presidenza Trump teme e vorrebbe non accadesse. «Woke» originariamente era, più o meno dappertutto, un invito a restare svegli rispetto a derive razziste e ingiustizie sociali, tanto che, nato negli anni ’30, ha conosciuto nuova e grande popolarità durante le proteste del movimento Black Lives Matter del 2010. Questo all’inizio, appunto. Successivamente però – ed è questa l’accezione nella quale il termine è usata nel titolo dell’ordine esecutivo – specie in alcune aree politiche e ideologiche l’espressione ha finito con l’indicare un eccesso di attenzione rispetto a un certo modo di pensare e parlare di questioni razziali, discriminatorie e di eguaglianze; cercando una sintesi difficile, si potrebbe dire un’avversione al politicamente corretto o a un certo politicamente corretto.

Niente algoritmo addestrato a «diversità, equità e inclusione»

E che sia proprio questo il senso dell’espressione nel contesto dell’ordine esecutivo lo si capisce facilmente andando avanti nella lettura dell’ordine esecutivo. «Una delle più pervasive e distruttive di queste ideologie è la cosiddetta ‘diversità, equità e inclusione’ (DEI). Nel contesto dell’AI la DEI include: la soppressione o la distorsione di informazioni fattuali su razza o sesso; la manipolazione della rappresentazione razziale o sessuale nei risultati dei modelli; l’incorporazione di concetti come la teoria critica della razza, il transgenderismo, i pregiudizi inconsci, l’intersezionalità e il razzismo sistemico; la discriminazione basata sulla razza o sul sesso. La DEI sostituisce l’impegno per la verità a favore di risultati preferenziali e, come dimostra la storia recente, rappresenta una minaccia esistenziale per un’AI affidabile. Ad esempio, un importante modello di intelligenza artificiale ha modificato la razza o il sesso di personaggi storici – tra cui il Papa, i Padri Fondatori e i Vichinghi – quando gli è stata richiesta un’immagine, perché era stato addestrato a dare priorità ai requisiti DEI a scapito dell’accuratezza. Un altro modello di intelligenza artificiale si è rifiutato di produrre immagini che celebrassero le conquiste dei bianchi, pur rispettando la stessa richiesta per persone di altre etnie».

Il potere dell’AI di condizionare l’opinione pubblica

E così oltre al significato della parola «woke» diventa chiaro anche il senso dell’ordine esecutivo: bandire, almeno dal governo federale – ma solo perché la legge non consente con un ordine esecutivo di fare altrettanto dal mercato – i modelli di intelligenza artificiale generativa che si preoccupano così tanto del politicamente corretto da rinunciare, nelle risposte, a verità e obiettività. Su questi presupposti e per questa ragione l’executive order ordina ai responsabili dei diversi enti e agenzie federali di dettare regole capaci di tenere fuori dalle loro amministrazioni modelli di intelligenza artificiale generativa troppo indulgenti verso il politicamente corretto.

Il provvedimento è carico di significati e implicazioni che è importante non sottovalutare.

Uno. Il governo americano, quello che ospita la più alta concentrazione globale di fabbriche di algoritmi, mette nero su bianco che l’intelligenza artificiale generativa ha un temibile e terribile potere di condizionamento e manipolazione dell’opinione pubblica, tanto, appunto, da ritenere necessario correre ai ripari per scongiurare che l’intelligenza artificiale sbagliata (rectius: quella che il presidente in carica considera ideologicamente sbagliata) entri almeno nell’amministrazione federale. Ma l’ambito di applicazione del divieto è dovuto semplicemente ai limiti di un executive order, lo strumento utilizzato. Se si fosse potuto far di più senza passare dal Congresso, certi modelli di AI sarebbero stati banditi dal mercato tout court.

Le implicazioni geopolitiche dell’AI

Due. Con l’executive order l’Amministrazione Trump getta la maschera, sebbene una maschera già calata: le questioni dell’intelligenza artificiale generativa non sono solo questioni tecniche e di mercato ma innanzitutto politiche e geopolitiche. Governarle significa fare politica interna e internazionale, perché attraverso l’intelligenza artificiale si può oggi – e si potrà in modo sempre più efficace domani – imporre all’umanità intera una certa ideologia o quella contraria. Non è una cosa da poco.

Il rischio di un pensiero unico globale per via digitale

Tre. Ora che succederà? Chi sarà a decidere se un modello di intelligenza artificiale generativa è troppo indulgente o meno verso certe questioni politicamente corrette o, più semplicemente, è troppo «woke» nel senso che si è chiarito? A chi tocca giudicare della compliance tra una tecnologia e un’ideologia? E, chiunque sia, non c’è il rischio – o addirittura la certezza – che si trasformi in una sorta di censore tecnologico o almeno in una forma di orientamento ideologico di una delle tecnologie più disruptive e potenti della storia dell’umanità? Si tratta di un rischio sostenibile anche nella dimensione geopolitica? Domande che bisogna porsi e alle quali bisogna cercare una risposta, specie considerata l’egemonia delle fabbriche di algoritmi americane sui mercati globali. È una conclusione quasi sillogistica: i modelli di AI generativa condizionano ideologicamente l’opinione pubblica tanto che il governo americano vuole scongiurare il rischio che lo facciano in direzioni diverse dalla propria posizione politica condizionandone a sua volta lo sviluppo e la commercializzazione. I modelli di AI generativa americani sono leader sui mercati globali e il governo americano può – e potrà sempre di più – condizionare, a mezzo algoritmi, l’opinione pubblica globale. Altro che sovranità digitale, siamo sull’orlo del precipizio dell’imposizione del pensiero unico globale per via digitale