SIl rischio sembra concreto: smantellare le regole sulla privacy con la solita scusa della semplificazione e della competitività.
Un altro caffè amaro oggi.
La questione è seria e equivoci e ambiguità vanno evitati come la peste.
In una società che va di corsa come quella in cui viviamo non c’è più posto per leggi monolitiche e intoccabili a prescindere da quanto siano importanti.
Non mi iscriverò, quindi, al partito di chi ritiene che il GDPR, la disciplina europea sulla protezione dei dati personali, la creatura regolamentare di Bruxelles più famosa di tutti i tempi non può e non deve essere modificata.
Sono regole giovani e, anzi, giovanissime, specie in un Paese come l’Italia nel quale settori a alto tasso di innovazione come quello creativo sono ancora ampiamente governati da leggi come quella sul diritto d’autore ultra-ottantenni ma sono pur sempre regole che stanno soffrendo la sfida del tempo del quale, inesorabilmente, portano il segno.
Nessuna resistenza pregiudiziale, quindi, all’idea di una revisione anche delle regole del GDPR, revisione, peraltro, espressamente prevista dalla stessa disciplina vigente.
E, però, bisogna intendersi e intendersi subito sugli obiettivi e i limiti dell’intervento di modifica.
Se si vuole semplificare l’applicazione delle regole va benissimo.
Se si vuole creare un binario veloce per le piccole e medie imprese ancora meglio.
Se si vogliono rafforzare gli strumenti di cooperazione e coordinamento tra Autorità di protezione dei dati personali europee e, magari, anche extra-europee non si può che convenire.
Se si vuole – come avrebbe dovuto forse essere fatto nel porre mano all’AI Act – discutere dell’annosa questione del trattamento dei dati personali per l’addestramento degli algoritmi bene ancora una volta.
Ma se si vuole cogliere l’occasione per una sforbiciata sui diritti e sulle libertà fondamentali, se vuole cogliere l’occasione per accogliere le tante istanze interne e transoceaniche che chiedono di rivedere al ribasso il rigore del GDPR per dare più spazio al mercato e all’industria dei dati e sui dati, allora davvero credo sarebbe un errore.
L’Europa si incamminerebbe lungo un pericoloso sentiero di riscrittura del proprio patrimonio genetico, svenderebbe e immolerebbe porzioni importanti della sua identità su un altare di almeno dubbia autorevolezza.
Ci rimetteremmo tutti nel breve-medio periodo.
E ci rimetterebbero – e in fretta – le nostre democrazie.
Pochi principi, diritti e libertà come quelli contenuti nel GDPR sono tanto centrali e importanti nell’orientare il progresso tecnologico, i mercati e l’industria nella direzione dell’incremento del benessere collettivo.
Ma il problema è che in tanti, anche autorevolmente, con poca competenza ma tanta prosopopea, negli ultimi anni, hanno puntato l’indice contro la regolamentazione considerandola responsabile di frenare l’innovazione.
Anziché dire quello che andava detto: dobbiamo rivedere il modo in cui scriviamo e applichiamo le regole per esser certi che si arrivi in tempo rispetto a un’innovazione che corre sempre di più.
Ma questa è tutta un’altra storia.
Ora il problema è che mentre il partito del “cancelliamo la privacy”, a Bruxelles, conta decine di migliaia di adepti e risorse più o meno infinite, quello del “salviamo il soldato GDPR”, non arriva, probabilmente, neppure al quorum di sopravvivenza.
E allora il rischio è alto e in agguato.
Se tenete alla privacy e alla democrazia, aggiungete tanto zucchero al caffe di questa mattina perché, onestamente, è amaro.
Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy, sperando di non dover mai dire good bye privacy.