In Italia la notizia l’hanno battuta in pochi e, forse, non c’è da sorprendersi: la BBC, il servizio pubblico televisivo inglese, uno dei laboratori più blasonati di giornalismo di qualità, nei giorni scorsi ha raggiunto un accordo transattivo con una famiglia israeliana dopo averne violato la privacy.
La famiglia, attaccata da Hamas il 7 ottobre 2023 aveva citato l’emittente televisiva in Tribunale dopo che una troupe era entrata nella sua abitazione, subito dopo l’attacco al quale era miracolosamente sopravvissuta e aveva ripreso scene di disperazione e sconforto facilmente immaginabili, oggetti e foto personali e personalissimi.
La sigla e ne parliamo.
“Non solo i terroristi hanno fatto irruzione in casa nostra e hanno cercato di ucciderci – hanno detto i sopravvissuti all’attacco – ma poi la troupe della BBC è entrata di nuovo, questa volta con una telecamera come arma, senza permesso o consenso. È stata un’altra intrusione nelle nostre vite. Sentivamo che tutto ciò che era ancora sotto il nostro controllo ci era stato portato via.”.
Sono parole che rendono meglio di tante altre l’idea di quanto valga o, almeno, dovrebbe valere l’intimità, la privacy, la riservatezza per ciascuno di noi e quanto rispettarla debba, o, almeno, dovrebbe essere un dovere di tutti a cominciare da chi fa informazione.
Una famiglia appena sopravvissuta alla violenza di granate lanciate dai terroristi contro la porta di casa che vive come analoga e, anzi, forse ancora più prepotente e violenta, la violazione della propria intimità commessa da una troupe televisiva entrata, senza alcun permesso, dentro quella stessa casa.
E una troupe televisiva, di un’emittente simbolo del giornalismo di qualità che, per raccontare una scena di guerra, di inaudita violenza, usa altrettanta violenza.
Disumanità dopo disumanità.
Inciviltà dopo inciviltà.
Una sequenza di episodi che non avrebbe mai dovuto trovare spazio nella storia dell’umanità.
Ma, forse, anche una sequenza di episodi che può insegnarci molto a condizione di non lasciarcela scivolare addosso come una notizia qualsiasi, una di quelle che contano di meno, una di quelle da consegnare in fretta agli archivi storici dei giornali.
Anche e soprattutto in un momento nel quale, ovunque nel mondo, Italia inclusa, si fa sempre più fatica a tracciare la linea di confine tra giornalismo, anche d’inchiesta e la protezione della privacy delle persone.
Il diritto di cronaca non è un diritto assoluto proprio come non lo è il diritto alla privacy e, quindi, neppure il sacrosanto diritto-dovere di raccontare gli orrori di un’autentica guerra giustificano la violazione dell’intimità della casa di un’intera famiglia, bambini inclusi, appena scampata a un attacco terroristico.
È una lezione che la BBC ha fatto propria in fretta, rinunciando a difendere in Tribunale l’idea che la propria missione informativa fosse una valida giustificazione per entrare, telecamere alla mano, dentro casa della famiglia senza neppure aver chiesto permesso.
Quella storia si poteva – e, anzi, forse, si doveva – raccontare senza violare la privacy di quella famiglia o chiedendo e ottenendo il consenso a entrare dentro quella casa o non raccogliendo e trasmettendo quelle immagini di ordinario disumano dolore che, purtroppo, ormai, aggiungono poco all’orrore di quella guerra.
E c’è da augurarsi che sia una lezione che anche chi fa giornalismo nel resto del mondo, a cominciare da casa nostra, impari in fretta e per davvero.
Non c’è ragione per vedere nella privacy una nemica del buon giornalismo, proprio come il buon giornalismo non è nemico della privacy.
Un equilibrio è possibile.
E, in fondo, anche se pochi lo ricordano, il diritto alla privacy, quello teorizzato per la prima volta nel 1890 da Warren e Brandeis nel loro saggio sulla Harvard Law Review, nasce proprio come reazione a una serie di articoli pubblicati sul giornale addirittura di quel Joseph Pulitzer che sarebbe presto diventato il nome simbolo del miglior giornalismo possibile, a conferma, probabilmente, del fatto che privacy e informazione sono diritti complementari, simbiotici, alleati, capaci di migliorarsi a vicenda e, insieme, rendere migliore la vita delle persone e delle nostre democrazie.
